Immagine: teorie e strumenti.
Rielaborando
una celebre affermazione di Hatch e Schultz (2000), si potrebbe dire
che cercare una definizione chiara e univoca dell’immagine sia come
scalare la torre di Babele. Ciò è dovuto anche al fatto che
l’“immagine” è un vocabolo che, essendo utilizzato in svariate aree
disciplinari, ha assunto una notevole inflazione e polisemanticità. In
questo senso il gruppo PsiQu si è preoccupato anzitutto di analizzare
le molteplici lenti interpretative attraverso le quali accademici e
professionisti hanno scrutato la materia, quali il marketing (Bromley,
1993; Davies, Miles, 1998), la scienza dell’organizzazione (Coda,
1991), la psicologia economica (Palacio, Meneses, Pérez, 2002) e la
semiotica (Semprini, 1991, 1993). Questa multidisciplinarietà ha
raccolto sotto lo stesso argomento un notevole parco di contributi e
dà un’idea della complessità di questo campo d’indagine.
Lo sforzo per rintracciare una definizione esaustiva, valida e
strutturata ci ha spinto anche a domandarci quali siano gli strumenti
atti a quantificare questa tematica. Analizzando la letteratura
riguardante la misurazione dell’immagine ci siamo addentrati,
tuttavia, in un territorio particolarmente algido. Sulla teorizzazione
dell’immagine, difatti, esiste una letteratura florida e vivace; ma
sulla sua misurazione, invece, gli studi si fanno esigui e scarni (Driesener,
Romaniuk, 2006). Questo, probabilmente, per l’evidente difficoltà di
irretire a livello quantitativo una materia così fluida. Il risultato
è che anche gli studi più importanti a livello di marketing si
arroccano sempre sulle stesse metodologie di misurazione (le scale di
atteggiamento), dandole quasi per scontate (Van Heerden, Puth, 1995).
In questo senso, l’interesse del gruppo PsiQu è dunque quello di
mettere in luce metodi alternativi di ricerca, cercando di
organizzarli sistematicamente. Attraverso un’attenta rassegna, in
PsiQu abbiamo raggruppato le tecniche di misurazione dell’immagine in
tre macro categorie: i metodi chiusi, i metodi aperti e i metodi
proiettivi.
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Metodi chiusi. Con i metodi
chiusi si chiede all’intervistato di valutare l’immagine sulla base
di un insieme predefinito di attributi; in altre parole, le domande
a risposta chiusa prevedono tutte le possibili risposte fra le quali
l’intervistato può scegliere la propria (Kotler, 1996). I metodi
chiusi comprendono tecniche quali le
attitude scales e il Q-sort.
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Metodi aperti. I metodi
aperti permettono all’intervistato di descrivere l’immagine con
parole proprie (Kotler, 1996) e includono le seguenti tecniche: il
KRG, il Natural Grouping e il Laddering.
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Metodi proiettivi. I metodi
proiettivi tendono ad eludere le naturali inibizioni logiche degli
intervistati e aprono un varco nei pensieri più profondi e nelle
emozioni meno coscienti. I metodi proiettivi si possono definire
come “the use of stimuli that allow
participants to project their subjective or deep-seated beliefs onto
other people or objects" (Morrison et al., 2002). Spesso
però, partendo da definizioni così generiche, la definizione di
“metodo proiettivo” è andata quasi a sovrapporsi a quella di “metodo
aperto” (Will et al.,1996). Definiremo allora i metodi proiettivi
come quei metodi aperti e indiretti (Malhotra, 2004) che utilizzano
sistemi metaforici e allusivi per esplorare il campo emotivo e
non-razionale degli intervistati. I metodi proiettivi comprendono:
le tecniche associative, costruttive, espressive e quelle di
completamento (Churchill, Iacobucci, 2005).
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